25/11/2013, 12:09

La linea » "Restiamo lucidi e non svendiamo i nostri occhi lucidi"

di Alessandra Corrias

Certo che Soru e Cappellacci qualche dubbio sulla partecipazione a una trasmissione che si chiama “L’Arena” dovevano pur metterselo. E se pure fossero ingenuamente caduti nel trabocchetto trash di Giletti, avrebbero dovuto almeno rendersi conto che la situazione stava degenerando al primo, scomposto, tifo da stadio. Un’offesa indicibile per i nostri morti. Buttare il microfono e andarsene. Peggio per loro che non l’hanno fatto.

Per fortuna la maggior parte dei sardi, a giudicare i commenti che si inseguono sui social, non è abbastanza alienata dal dolore per non provare un senso di rigetto per ciò che è accaduto domenica pomeriggio sulla tv nazionale. Condanna unanime, e chi di visibilità a tutti i costi ferisce, di visibilità perisca.
Credevo che la tv del dolore stesse passando di moda, mi sbagliavo.

La tragedia che ci ha colpito ha richiamato l’attenzione di tutti i mass media nazionali, radio, giornali e tv, e bisogna dire, in linea di massima, che in molti si sono comportati in maniera professionale cercando di fare bene il proprio mestiere, dando spazio all’informazione e alla denuncia di ciò che è accaduto.
Il punto è che, come in ogni ambito dell’esistenza, anche sul fronte comunicativo dovrebbe essere il buon senso a farla da padrone, mettendo al primo posto la lucidità piuttosto che gli occhi lucidi.

E di bisogno di lucidità mi aveva parlato l’amica che mi ha chiesto di poter essere contattata da una trasmissione nazionale molto importante, di quelle giudicate più serie, per intervenire in studio a raccontare gli eventi in corso nella mia terra. Ho detto sì, e mi hanno chiamato.
“Sai – mi dice la gentilissima e giovane giornalista – avremmo bisogno di un intervento “di pancia”, di qualcuno che ha perso tutto e vuole denunciare l’accaduto”.
Rispondo: “se vuoi posso denunciare il dissesto del territorio e le carenze informative nel trasmettere l’allerta, insieme alla mancanza di coordinamento e di tempestività nei soccorsi. Ma non posso venire in studio con le lacrime agli occhi, a me per fortuna non è successo niente, io vivo in una zona storica rimasta indenne grazie a chi la costruì secoli fa”.

Silenzio e perplessità dall’altra parte della cornetta.

“Ma come, non hai perso, che so, la macchina?”

“No. Ti ripeto, i nostri antenati costruivano con criterio. È questo l’insegnamento più importante”.

“Senti, ma non è che mi potresti segnalare qualcuno che ha vissuto un dramma in prima persona, che sia spigliato come te? Ci pensi e mi richiami fra un’ora?”

Eia, contaci.

Non li ho più sentiti, ovviamente.

E però ci ho pensato, mi sono chiesta quale fosse l’utilità di andare in una trasmissione televisiva davanti a milioni di persone a piangere per il nostro dolore. O peggio ancora ad accapigliarsi, come hanno fatto incautamente Soru e Cappellacci. Non c’è nessuna utilità in questo, ma soprattutto nessuna dignità.

“Onore, silenzio e rispetto. Non meritate nessun carnevale politico quindi rifiutatelo. Questa è l'occasione per dimostrare la vostra forza d'indipendenza” ha scritto un mio amico di Genova per tutti noi, sulla sua pagina Facebook. Ha ragione lui.