20/02/2013, 15:59

La linea » Noi, Gianni Morandi e i Led Zeppelin.

di Alessandra Corrias

Quella di Gianni Morandi e i Led Zeppelin è, fra le storie che babbo mi racconta da quando ero bambina, la mia preferita.
Milano, Velodromo Vigorelli, 1971: tappa del Cantagiro, una folla oceanica accorsa per sentire i Led Zeppelin, si vede appioppare, in apertura, una serie di cantanti italiani con le loro canzonette. Gli anni sessanta erano finiti, il mondo stava cambiando, e la musica pure. Gli organizzatori del Cantagiro non lo sapevano, o fecero finta di non accorgersene. Scoppiò un putiferio che provocò numerosi feriti e spaventò a morte il gruppo rock, tanto da decidere di non tornare più in Italia.
Fra gli italiani coinvolti in quella sciagurata decisione, molti, capita l’antifona, tagliarono la corda. Gianni Morandi, forte del suo appeal su mamme e figlie, decise di rischiare e salire sul palco.
Fu una catastrofe.
Migliaia di spettatori inferociti gli si rivoltarono contro: un trauma da cui rischiò di non riprendersi più. 
Si ritirò dalle scene, scioccato. Entrò in crisi. Si rimise a studiare musica, seriamente e umilmente. Capì che quello che aveva fatto sino a quel momento non era sufficiente, e che non era la gente ad averlo tradito, ma lui che non aveva fatto abbastanza.
Le canzonette, dopo l’autunno caldo e dopo il rock psichedelico non bastavano più.
Il mondo cresceva, la musica pure. Morandi lo capì e invece di fare come tanti altri -  che una volta perduto il successo si sentono incompresi e si abbandonano all’alcol, alla droga, alla solitudine -  si mise semplicemente a studiare. Gli amici, fra cui Lucio Dalla, furono fondamentali.
E negli anni ’80 tornò sulle scene con “Uno su mille ce la fa”, ebbe altri grandi nuovi successi, e oggi resta un punto di riferimento della musica leggera italiana. Con quella lezione sulle spalle, non è caduto più.
Non c’è niente da spiegare sulla morale di questa storia: l’ho capita da piccola, me la porto ancora dietro.
È un messaggio facile facile, in cui mi rifugio sia quando le cose vanno male che quando vanno bene. Perché la megalomania è sempre in agguato, il rischio di auto convincersi di essere sempre nel giusto, pure.
Lo applico nella vita e nella politica, in questo momento più che mai: umiltà, attenzione a quello che ci succede attorno, e studiare, studiare parecchio.
È un casino crederci, in questi tempi di giganti del marketing e dell’informazione, di strateghi del colpo di scena e delle promesse ad effetto: ma ci credo.
Quando sul giornale, come oggi, ci chiamano “la piccola Base” ne sono orgogliosa.
Finché avrò accanto un gruppo che la pensa come me e che ha voglia di lavorare concretamente, senza cedere alla tentazione delle pagliacciate, mi sentirò serena. Ogni voto conquistato, ogni nuova persona disposta a mettere la faccia per un progetto reale che non è “contro” qualcuno ma è per la Sardegna, sarà da me considerato un successo, e in questa campagna elettorale sono successe entrambe le cose. In appena un mese.
Buon lavoro “piccola Base”, secondo me la strada giusta è questa qui.