30/08/2013, 16:39

Kalarikes » Da “Su Tempiesu” di Orune, paradossi di Sardega

di Matteo Marteddu

Mi arrampico, pedibus, sul sentiero che fende la parte più selvaggia di Sardegna. Solitudine e silenzi, da Marreri, lasciate le prime aziende e le vigne. Obiettivo quella forra impossibile di Su Tempiesu. Oggi quel sito nuragico è il simbolo della cultura che i poteri pubblici rendono marginale. Peppino Goddi, storico presidente della cooperativa che anima da decenni la ricerca e la tutela dei monumenti a Orune, si vede costretto ad un pesante sciopero della fame. Occorre scuotere l’apatia, la saga delle chiacchiere, le falsità e le mancate decisioni che accompagnano in Sardegna, la mappa delle aree di tutela culturale e archeologica. Se si superano nel contingente i problemi di bilancio e di risorse, rimane intatta la drammatica questione generale: manca un quadro di riferimento normativo che ponga al riparo la cultura, la ricerca gli operatori, punto di riferimento ormai irrinunciabile  nelle comunità locali, dalla condizione perenne di essere in balìa dell’umore delle stagioni politiche. La voce di Peppino è nitida e si diffonde nella vallata de sa Costa ‘e sa binza. Paradossi: Su Tempiesu, non è il tempietto; è in sa ‘e su tempiesu, uno dei tanti che dalla gallura approdavano in queste lande per sughero e carbone. Il gioiello nuragico è di architettura finissima, simbolo del mistero dei popoli nuragici che qui si inchinavano alla sacralità dell’acqua e forse invocavano stagioni migliori dalla loro divinità. Altro paradosso è che si metta in discussione la tutela di questo bene, unico e irriproducibile. Questo pensavo mentre sudore e fatica mi accompagnavano nei tornanti di Sas Molas, parco selvaggio, tra cisti, olivastri, lentischi, cardi, ferulas. Le case di Orune aggrappate sul baratro, lì sulla sinistra, impongono la loro supremazia.

Ovili decadenti, carrarecce in disuso che il tempo cancella; ne esco come posso da Sa ‘e Billascia, verso l’asfalto. Ospitalità da Maria Grazia , Luciana e tanti. Impegni del sindaco, anch’egli sul ballo di una situazione i cui fili non si annodano negli anfratti di Orune.  Penso ancora alle due facce di Sardegna: enti regionali setacciati dai carabinieri, oggi, per ruberie, voto di scambio, luridume e sperpero di danaro; dall’altra uomini e donne che tengono acceso lo spiraglio di una qualche speranza. E scendo da Nunnale, nella carrareccia che taglia in due la valle; l’ha fatta costruire qualche secolo fa, su Rettore Satta, Mesudeu, Semidio, pensate, lo chiamavano da queste parti. E giù nei tornanti aspri , della vecchia strada, che la natura nel suo percorso che sfugge all’uomo, si sta inghiottendo. Eppure quanti da Orune, sono passati qui, in stagioni buone e in stagioni cattive.