27/08/2013, 18:28

Kalarikes » San Pietro di Oddini. Tra stoppie e perastri

di Matteo Marteddu

Quando i Camaldolesi, dalla Toscana o dall’Umbria, decisero di porre piede a Oddini,forse erano animati dalla volontà o anche dall’umiltà di trasferire in queste vallate le loro capacità di trasformare la terra, di sottrarla dal destino di aridità improduttiva. Non poca sarà stata la meraviglia in quei primi decenni del XIII secolo, nell’osservare i contadini ricurvi, con il loro know how di coltivazione estensiva del grano e la vita comunitaria così intensa nei villaggi lungo la piana del Tirso. E si integrarono, i Frati, forse loro ponendosi in francescana umiltà nell’apprendere.  Ormai è un falso storico quanto ancora alcuni sostengono e cioè che gli ordini religiosi d’oltre mare venissero per insegnare tecniche agricole ai contadini sparsi negli spazi immensi dell’isola. No, qui a Oddini, tra Intro e’ montes e Iscala Iscurosa i piccoli nuclei avevano resistito alle scorribande di invasori di ogni risma; dai Romani con i loro pesanti tributi, ai Bizantini , poi la Spagna e i Savoia. Quei nuclei originari nulla hanno potuto, solo di fronte alla devastazione delle pestilenze del ‘600 e anche dal solido rifugio di Orotelli, protetti dai rocciai di granito, hanno continuato, sino agli anni ’60, a tracciare solchi e a spingere aratri, da queste parti.
Dell’opera dei frati rimane la straordinaria testimonianza della chiesetta di San Pietro, che si erge sulla collina, nella sua perfezione architettonica del romanico ricercato e cesellato con la trachite lavorata da artigiani di grande genio. Tempio importante, di raccordo tra la Barbagia e l’oltre Tirso, se gli stessi vescovi nel ‘500 ne hanno fatto merce di scambio. E rimangono muti e silenziosi i ruderi dei muri perimetrali del convento e delle celle, dove si consumavano vite comunque di consacrati, che qui realizzavano davvero il loro progetto : “Ora et labora”. I silenzi qui a San Pietro di Oddini grondano Storia, tra stoppie giallastre, lentischi giganti, perastri al  vento. Anche i graffiti sui blocchi di trachite testimoniano, in quel lontano 1918, fede e gratitudine per essere tornati dalle trincee fangose del Friuli. E Orotelli ancora qui si raccoglie perché è duro il sentire antico.