11/09/2015, 09:54

Sociale » il deficit della non conoscenza delle lingue straniere (ma sopratutto della nostra): un handicap da superare

Riportiamo di seguito un articolo scritto da Elisabetta Cassese, tratto dal sito www.educazioneglobale.com che ci illustra circa i tempi e i modi di apprendimento delle lingue da parte dei nostri piccoli. L'argomento si inserisce perfettamente nella discussione sull'insegnamento della nostra lingua sarda, ma anche sul deficit che vede i nostri giovani in Europa, tra quelli che conoscono meno l'inglese, così come le altre lingue, e che devono faticare il doppio, una volta cresciuti, per mettersi alla pari dei coetanei non italiani.

Quando si discute dell’insegnamento delle lingue straniere ai bambini (in particolare dell’inglese, ma non solo) la prima e più ricorrente domanda è: a che età iniziare?

Mi è capitato di sentire persone affermare che iniziare con una lingua straniera era perfettamente inutile finché il bambino non avesse saputo leggere e scrivere (“perché altrimenti come fa a memorizzare?”, era la motivazione ricorrente). E’ ovvio che chi utilizza questo argomento si rifà ai propri ricordi, normalmente ricordi relativi alla lingua straniera affrontata nell’ambito di una vera e propria “lezione di lingua”.

Eppure questo ragionamento – “aspettiamo che sappia leggere e scrivere” – che alcuni applicano allo studio delle lingue straniere, nessuno si sognerebbe di usarlo per l’apprendimento della madrelingua. In altre parole, nessuno aspetta che il bambino sappia scrivere prima di insegnargli a parlare… anzi, prima di parlargli.

La lingua madre, dunque, si comincia ad apprendere dalla nascita, se non addirittura in utero e apprendere una lingua “per immersione” è radicalmente diverso dall’andare a lezione di lingua.

Torniamo, ora, alla domanda principale, qual è l’età “giusta” per iniziare con le lingue straniere?

Per dare una risposta a questa domanda è bene conoscere cosa afferma la ricerca scientifica sull’apprendimento delle lingue. Io non sono un’esperta, ma qualcosa l’ho imparato seguendo un corso online con uno studioso di psicologia cognitiva dell’Università di Houston, specializzato in linguaggio.

The Bilingual BrainIl corso si chiama(va) The Bilingual Brain e, in realtà, è anche un libro. Lo consiglio a chi fosse interessato al cervello bilingue sotto un profilo scientifico; si chiama The Bilingual Brain e l’autore è Arturo E. Hernandez, il docente di cui ho seguito le lezioni.

Il corso sul “Cervello Bilingue” è stato il primo massive open online course (MOOC) che ho seguito dall’inizio alla fine, esami compresi (e, a chi non sa cosa è un MOOC, consiglio di leggere il post Stasera vuoi studiare a Stanford, Harvard o Yale? Accomodati, la lezione è online!).

Il professor Hernandez, a sua volta bilingue, ha condotto me e altre centinaia di allievi, delle più disparate età e di vari paesi (dal Giappone all’Argentina), attraverso la ricerca scientifica che connette i temi del bilinguismo e del multilinguismo con la psicologia cognitiva e le neuroscienze.

Il corso era molto tecnico, per cui, necessariamente, devo semplificare quanto appreso ed, ovviamente, potrei aver frainteso parte del materiale, dunque ogni reponsabilità per eventuali inesattezze resta mia. Tra le moltissime cose che ho imparato c’è anche la risposta alla domanda da cui sono partita…ossia a che età iniziare.

Anzitutto sfatiamo un mito: diventare bilingui non è difficile. Il linguismo è capacità di parlare una lingua, il bilinguismo la capacità di parlarne due: ebbene, al mondo vi sono più i bilingui che monolingui. Come è stato ha chiarito subito, non c’è nessun trucco genetico nell’imparare una lingua: non è necessario che una persona sia un genio perchè diventi bilingue o trilingue. E’ solo necessario che sia immerso nella lingua. Le singole lingue che conosciamo, infatti, provengono dagli input a cui siamo esposti nella nostra vita.

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